GM – 5 giorni fuori

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Salve a tutti da GrowStudio!

Siamo al secondo capitolo della nostra rubrica dedicata ai film che ci hanno più entusiasmati o interessati o appassionati o toccati o, tutte queste cose assieme, dedicata a questo magico universo chiamato cinema.

Con “5 giorni fuori” (titolo originale “It’s kind of a funny story”) nel 2010, Ryan Fleck e Anna Boden hanno adattato alla pellicola l’omonimo romanzo scritto nel 2006 da Ned Vizzini.

In questa storia il protagonista è un ragazzino di 16 anni di nome Craig (Keir Gilchrist), la sua vita, almeno dall’esterno non presenta aspetti particolarmente spaventosi: ha una famiglia normale e sta per essere ammesso in una università di alto livello sociale ma, in tutto questo c`è qualcosa che turba i suoi sogni, durante i quali spesso sogna di suicidarsi.

Craig è sul punto di trasformare in realtà questi incubi portatori di ulteriore stress, ma decide diversamente e si ritrova a chiedere aiuto alla ricezione di un istituto psichiatrico dove, una volta confidatosi e visitato da un medico, viene trattenuto suo malgrado per il tempo di degenza minimo di 5 giorni.

È un mondo lì dentro, un mondo che Craig come molti non conosce, viene per di più sistemato nel reparto adulti perché quello dedicato agli adolescenti è in ristrutturazione.

Noteremo che questo pur strano mondo è fatto di persone, come quello esterno ma qui le situazioni più disperate e disparate sono vicine tanto da coinvolgerlo personalmente. La sua mente in quel luogo si troverà ad affrontare proprio le paure e le inadeguatezze che lo divorano nel profondo, a guardarle in faccia fino ad affrontarle.

Qui conosce Bobby (Zach Galifianakis) un paziente irriverente e sopra le righe che gli mostrerà, insieme a Noelle (Emma Roberts) ed agli altri pazienti, il vero volto della difficoltà, di vivere i nostri giorni quando le situazioni ti hanno spinto al margine.

È una storia per certi versi cruda, anche se a mio modesto parere, probabilmente ancora un po’ lontana dalla crudeltà della vita reale. Le riconosco il pregio però di toccare un punto chiave, come il mettere in discussione sé stessi per potersi ritrovare, il che c’è da crederci, è tutt’altro che banale.

Un film che lascia riflettere senza essere invadente quindi, che parla di una problematica come il suicidio (in questo caso giovanile) che spesso non viene trattato, forse per l’intenzione di non nuocere ma lasciando così ai margini, una tematica che ci riguarda tutti, di solito, solo per quel brivido lungo la schiena della durata di un minuto, di una notizia al telegiornale.

Perciò se “Chi non conosce sé stesso è perduto” come diceva Gandhi, forse il nostro aiuto è solo nell’ascoltare chi ne ha bisogno a partire da noi stessi.

Alla prossima con GrowMovie da MassKiga e di nuovo GRAZIE e BUONA VISIONE!!!